Oltre a chiarire ai tiranni della Gran Bretagna che i coloni americani non volevano più farsi fregare dalla banca centrale inglese, Thomas Jefferson aveva anche fatto scrivere nella dichiarazione d’indipendenza che essi pretendevano i diritti irrinunciabili alla vita, alla libertà (economica) e alla ricerca della felicità. Che cavolo voleva dire “ricerca della felicità”, cioè, che c’entrava con la questione della dichiarazione d’indipendenza economica, che si poteva risolvere semplicemente senza alienare il diritto costituzionale del parlamento di fabbricare il denaro? Danzi non poteva farsi un’idea su cosa intendesse Jefferson ma aveva le idee chiarissime per quanto riguardava la sua posizione.

Sulla ricerca della felicità, Osvaldo Danzi aveva sempre avuto le idee chiarissime, perché conosceva con precisione assoluta che cosa gli piaceva fare, e le cose che gli piaceva fare erano pochissime, quindi era più difficile confondersi. Comprendere cosa cercasse dalla vita era stato molto semplice, semplicissimo, fin da quando aveva iniziato, tardivamente, ad essere un poco più deciso nei suoi rapporti con le donne, attorno ai 18 anni. Troppo Tardi, anche se dicono che non è mai troppo tardi! Prima di allora, aveva speso notti in interminabili chiacchiere e ragionamenti inutili, assieme ad altri scioperati che ad una certa ora si riunivano al bar del pasticciere del ridente villaggio turistico di Gottacalcata, in cui lavorava quella puttana della sorella del pasticcere, la tacchina dai denti incisivi sporgenti e spettinati, che si chiamava Carmela ma si faceva chiamare Carmen e che sfruttava il solo fatto di essere femmina per attirare i clienti, semplicemente salutandoli attraverso il vetro, così, come se li conoscesse sul serio. A forza di salutare tutti i cornuti che passavano, alla fine qualcuno si decideva ad entrare e, con gli anni, sia suo fratello che lei e che sua madre erano riusciti a comprarsi diversi piccoli e squallidi appartamenti nella periferia di Gottacalcata, il paese di quelli che avevano la fava ammosciata.

Allora, sulla strada, fuori da quella pasticceria d’angolo che cercava di darsi tono, si parlava di tutto, si discuteva anche di questioni sul futuro, sul destino, sulla felicità, sui “marocchini disturbavano in Libia”, sulla opportunità di fare qualche rapina, tanto per vendicarsi del sistema, si discuteva della vigliaccheria del cugino che si era fatto vigile, della Carmen, che non si decideva con quale dei clienti del paese intrattenersi a letto per farsi trapanare, per farsi dare qualche bacio da brivido, urtando i denti del malcapitato contro quelle zappe spettinate che aveva la troia davanti al naso, sotto il labbro leporino superiore e al posto degli incisivi superiori. A chi aveva mai fatto pompini la Carmen? Chiunque fosse stato, doveva essere circonciso, prima o dopo il pompino, il risultato di quelle zappe non consentiva altre speranze.

Sembrava che il futuro e la felicità fossero temi sui quali si poteva dibattere senza mai finire, ogni notte, tanto che poi, al fianco dei tavolini attorno ai quali dibattevano i giovani sfaccendati, si fermava sempre la gazzella-canaglia con dentro i due carabinieri analfabeti ma gentili che, cortesemente, pregavano gli amici, amici poi si fa per dire una coglioneria, di Danzi di andare a far schiamazzi da un’altra parte. La pasticceria del fratello della cagna con gli incisivi superiori spettinati e sporgenti, quella puttana ipocrita che salutava i passanti per indurli a qualche acquisto inutile, era incastrata proprio in una specie di piccolo condominio e le vecchie bagasce giubilate che abitavano sopra quella strada rumorosissima, dove cercavano di tenere in casa i loro finti compagni palle-mosce e cornuti che si mantenevano, volevano giustamente dormire, a prescindere dal chiasso dei camion e delle macchine, che continuavano a passare per tutta la notte sotto le loro finestre, al quale non potevano rinunciare.

A distanza di tutti quegli anni, le chiacchiere sotto il bar del fratello della Carmen se l’era portate via il vento. Molte cose erano successe, nel frattempo, certo, ma la ricerca della felicità per Osvaldo Danzi era rimasta un progetto unicamente definito ed immutabile, un progetto fondamentale, necessario e sufficiente per raggiungere una condizione dalla quale quasi non si ha bisogno d’altro, una condizione costituita da tre elementi basilari, concorrenti ma legati indissolubilmente:

mangiare, bere e scopare (scopare significava: (A) inculare, (A1) lavarsi almeno con tre mani di shampoo tutta la parte attorno alla parte che serve per inculare, la quale comprende anche il pube e  le palle, perché anche quelle servono, per fare effetto sulle parti contro le quali si spingono, e perché pure quelle potevano essere veicolo d’infezione, (B) venire in bocca alla vacca inculata un’ora prima, (B1) lavarsi con tre mani di shampoo, (C) metterlo, finalmente, nella figa – speriamo non depilata – della puttana alla quale si era appena venuti in bocca, e prima ancora nel punto più profondo dell’ampolla rettale, per darle l’ultima ragione di vera felicità della giornata, prima di pagarla, per farle poi avere la felicità finale. Venire tre volte in tre ore poteva essere un progetto ambizioso ma chi aveva provato sapeva che si poteva fare (e si poteva fare benissimo anche al mattino, prima di farsi venire a trovare dalla puttana numero tre, o quattro, che era la fidanzata ufficiale, e venirle sulla pancia dopo averla montata per una quarta volta, e tutto questo prima di pranzo), evidentemente tutto dipendeva dalla puttana, o dalle puttane, che si aveva la fortuna, o la sfortuna, di mettere in batteria. Danzi aveva avuto la fortuna di conoscerne alcune, poche in verità, che però gli consentivano di fare tutte queste cose in quel poco tempo, e di quelle non perdeva mai, mai mai mai mai, il numero di telefono. Un po’ dipendeva da lui, un po’ dipendeva da loro, un po’ dipendeva da come le sceglieva, e quindi anche qui dipendeva da lui. Se era stanco, sprovveduto, e si faceva imbrogliare dalle puttane disoneste, quelle cioè che ti facevano credere che facevano tutto e poi nei fatti non avevano voglia di far niente, allora si prendeva la sua fregatura, come gli altri, e ne aveva prese tante pure lui.

A queste tre variabili fisse, MANGIARE, BERE E SCOPARE, CIOÈ INCULARE, potendo, si sarebbe dovuto aggiungere l’uso quotidiano di cocaina purissima, se si fosse abitato in un mondo di verità e di giustizia, purtroppo non era il mondo di Danzi.

La puttana mostrava con molta vaghezza le sue gambe lunghe accavallate, sedendo ad angolo acuto rispetto alla porta, nel suo negozio di parrucchiera, al secondo piano di una porzione semi buia di quella sorta di centro commerciale, del quale Danzi non aveva mai ricordato il nome, nel cuore di Chinatown, con tutti i negozietti appiccicati l’uno all’altro, che a quell’ora erano per i tre quarti ancora chiusi.

Erano quasi le dieci del mattino e, dal Riverview Hotel di Singapore, ci potevi arrivare in una ventina di minuti, passeggiando nel verde e sotto il sole di dicembre, che a Singapore cuoce il viso e le braccia, come a Fiumicino scotta le chiappe delle puttane esibizioniste in quello di agosto, all’ora di pranzo. Sarebbe stata una passeggiata bellissima, o bella, se non fosse stato per l’ansia che lo faceva sempre dormire a metà e che non lo abbandonava neppure dopo il caffè della colazione, finta, e durante la passeggiata verso il centro, dove sapeva che avrebbe montato quella tardona cinese alle dieci del mattino, o poco prima che alle dieci del mattino, vista la sua perspicacia (la perspicacia non del prof. Danzi, ma quella della tardona che vendeva le sue grazie e la sua pancia molla).

Camminare aiuta, certo, a dissimulare l’ansia, a fabbricare la sensazione di allontanamento dal pericolo, ma all’albergo Danzi era registrato con il suo nome e il suo passaporto nuovo e tutto il mondo, in quel momento, volendo, poteva trovare il luogo in cui Danzi tentava inutilmente di nascondersi, per evitare l’incontro e il conflitto con certi suoi clienti napoletani, che avrebbero potuto cercarlo per piantargli un paio di pallottole nel petto, o una coltellata nella gola. Erano tutte fantasie, certo, ma non potevi mai sapere queste cose fino in fondo e non potevi mai sapere, bene fino in fondo, con chi avevi a che fare. Certa gente poteva aversela a male scoprendo che un consulente gli aveva negato l’accesso al conto in banca, anche se si trattava poi solo di cento mila dollari, dollari cambiati in moneta locale che ora gli gonfiavano le tasche posteriori dei pantaloni, come due paia di pacchetti di Marlboro morbide, magari di contrabbando.

E però, se si camminava per evadere l’ansia, se si scopava per eludere l’ansia, se poi ci si mangiavano quei tortellini fasulli, dopo la monta della tardona sul lettino da massaggi, scomodissimo, con due boccali traboccanti di Tiger bear, la meravigliosa birra di Singapore, seduti scomodi su quelle bancarelle oscene e sovrappopolate, dove ti perdevi e ti nascondevi nel marasma disordinato della gente che passava e non si fermava, era inutile fare tutto questo per eliminare l’ansia e, contemporaneamente, continuare a rimuginare un piano per dire quello che ci sarebbe stato da dire, qualora un giorno fossi stato chiamato a risponderne davanti a un giudice togato, il quale veramente fosse stato interessato a sentire la storia dal principio.

La puttana si era accorta che lui le guardava quelle gambe lunghe da puttana. Che ci faceva in un negozio di parrucchiera una tardona sopra i quaranta, tutta vestita di nero, con le calze pure nere, le calze di nylon che, con quel caldo, non potevano servire altro che il sudore e la vaginite a-specifica, alle dieci del mattino? Gonna relativamente corta, nera, calze di nylon nere, giacca nera, capelli neri, occhi neri, peli della figa nerissimi e spessissimi, duri, rugnosi, pastosi, come i peli della figa devono essere, nerissimi e spessissimi, gambe accavallate e seduta in una posizione angolare del negozio dalla quale da fuori non si poteva non vederla. Che ci faceva lì, alle dieci o poco prima del mattino? Cosa vendeva? Danzi si guardava attorno ed erano tutti negozi di elettronica, telefonia, Rolex usati, agenzie di viaggio, ovviamente ancora chiuse, giocattoli e altre scemenze inutili del genere, insomma, non era un quartiere a luci rosse, era semplicemente un’area di un centro commerciale con dei negozi appiccicati l’uno all’altro.

Danzi sapeva che quella era una puttana, quella era una puttana, ed era una puttana, una donna che si fa fottere a pagamento, lo era, non poteva non esserlo. Ma lo sapeva veramente? Lo sapeva senza saperlo, e non poteva essere sicuro proprio di un bel niente. L’ansia riprendeva il suo lavoro e Danzi passava davanti al negozio senza fermarsi, titubante, fingendo con se stesso di andare a cercare una puttana, magari più avvenente di quella trombona, nel prossimo negozi. Ma il giro fu breve, perché, fatti quindici o venti passi, si ritrovò davanti ad una saracinesca abbassata e non poteva fare altro che tornare indietro, ripassando davanti allo stesso negozio e sbirciando nuovamente le cosce accavallate della puttana-parrucchiera. Era una puttana, doveva essere una puttana, e poi non era mai morto nessuno in combattimento per aver chiesto ad una donna di scopare. Il peggio che poteva capitarti era che ti dicesse di no, esperienza negativa senz’altro migliore che quella di essere arrestati all’aeroporto di Hong Kong, dove poi fermarono Osvaldo Danzi.

Perché cavolo poi a Singapore dovevano avere una zona commerciale chiamata “Chinatown”? Danzi poteva capirlo a Londra, a Nuova York, a Parigi, a Milano, sì, perché c’era Chinatown anche a Milano, attorno a via Sarpi, e ce n’era una pure a Napoli, e a Firenze, e a Bangkok, e a Jakarta…insomma, c’era almeno una Chinatown in ogni città del mondo. Ma poteva avere senso cercare Chinatown in una qualunque città che somigliasse alle megalopoli della Cina comunista?

Cazzo, eri in Cina, quale che fosse la città, era Chinatown anche senza che dovessi chiamarla Chinatown. E allora? Singapore non c’entrava una fava ammosciata con la Cina comunista, certo, questo Danzi lo sapeva benissimo, e da tempo, ma gli abitanti di Singapore erano in maggioranza cinesi. Si dirà che erano cinesi diversi dai cinesi della Cina continentale ma restavano sempre dei cinesi e potevi scommetterci quei centomila che, in fondo in fondo, non aspettavano altro che l’occasione per mostrarti la loro vera natura. E allora perché motivo, con che logica, pretendere di avere un quartiere della città che si chiamava Chinatown, come se il resto della città, della nazione e dell’isola, non fossero state Chinatown? Gli orientali, ma chi li capiva? E pure loro stessi, si capivano fra di loro? Certo che no. Certo al 100% che no. E però c’erano alcune espressioni linguistiche sulle quali non equivocava nessuno. Una di questa era: “voglio scopare”, o “voglio fare l’amore”, Danzi non sapeva quale traduzione scegliere, ma non importava; scopare, o fare all’amore, si diceva così: “Zo(u)-Ai” e quello, nelle terre cinesi, lo capiva chiunque e dovunque.

Danzi entrò deciso, spinto dall’ansia e dal fatto che non poteva proprio andare da nessun’altra parte, lei sorrise e lo salutò in cinese.

“Zao sàn Hào”, che voleva dire “buongiorno”.

“Ni-Hao”, che voleva dire..’stai bene, sei bona, che i santi e gli antenati (i tuoi) ti benedicano’, insomma, era un saluto. Capirai, Danzi era vissuto in Cina comunista per un sacco di tempo, aveva scopato una moltitudine incalcolabile di puttane cinesi, era pure andato a scuola, obbligato dalla puttanella, Xueming, la sua prima moglie, quella che si era fatta inculare dal mercante ebreo, il mercante che non vendeva ma comprava, cioè, comprava le puttane, perché altro non faceva che fare batterie di puttane e che aveva poi insegnato a Danzi l’arte del sesso anale totale continuato, sistematico, il principio del come si potevano inculare tutte, e del che, anzi, si dovevano inculare tutte, e del come non si doveva mai pensare che una cinese fosse più restia al sesso anale di un’altra puttana, che resistesse, non più di un’altra donnina allegra qualunque del resto del mondo, all’affascinante idea di farselo venire nel centro perfetto dell’ampolla rettale, prima di farselo venire una seconda volta, questa volta in bocca, ed infine, una terza volta, questa volta nella figa, possibilmente pelosa, prima di andarsi a fare uno dei loro innumerevoli sonni profondissimi.

Non erano ancora le dieci, due terzi dei negozi erano chiusi, in quello che per loro era un centro commerciale di Chinatown, e però la tardona vestita di nero non mostrava nessuna meraviglia del fatto che Danzi era entrato per sdraiarla sul lettino e infilarle nella pancia molle e calda ‘dumetri-de-cazzo’. Purtroppo bisognava usare il preservativo, “immaginati se una vecchia tardona esperta mena-cazzi di Singapore si fa scopare senza, immaginati”, ma poi lui che cavolo ne sapeva se era veramente una puttana? Non poteva essere una parrucchiera, invece, visto che il negozio era quello dove ci si sedeva e ci si faceva lavare i capelli? “Cristo, meno male che sono a Singapore”, l’ansia e la paranoia erano fastidiose, tormentose, ti svegliavi al mattino con il senso di vuoto profondo nello stomaco, ma almeno non ti facevano passare la voglia di scopare. Anzi, forse te la facevano venire di più, come se scopare fosse una sorta di terapia narcotica, un calmante, “perdio, un calmante”, la distrazione delle gambe bianchissime, sotto le calze nere le gonne nere, dei peli nerissimi di pece nera, in mezzo alle gambe bianche, dello spacco nero tra le natiche bianchissime, che stabiliva definitivamente il punto oltre il quale non si poteva più estendere la lunghezza delle cosce. Quella più fortunata aveva la coscia e la gamba lunga e quella meno lanciata non poteva certo allungarsele, le gambe, però, per compensare questa sua lacuna, poteva avere delle formidabili fossette, strategicamente collocate sopra alle piccole chiappe piane, nascoste da braghe fuori misura e da gonne sbagliate, ma che pure erano tostissime e ingiustamente separate da quello spacco pernicioso, testimone infallibile del faticoso orgasmo e del rilassamento che seguiva, o che immaginavi che seguisse. “Meno male, cavolo, meno male che sono a Singapore”, era contento, eccitato dall’ansia e dalla soddisfazione di vincere, nonostante tutto, perché uno poteva anche avere l’ansia e pensare che, dietro ad ogni angolo, “Laurel & Hardy” lo aspettavano per ammazzarlo, per provarci, quantomeno, perché poi lui non sarebbe mica stato lì a farsi aggredire da quei due fessi, oppure avrebbero potuto mandare degli assassini su commissione, dei camorristi, come voleva la tradizione delle scemenze della televisione. E quelli sarebbero venuti dall’altra parte del mondo per riparare un torto che sì e no valeva centomila dollari? Ci sarebbero venuti gratis, se del caso, e, anzi, avrebbero anche speso qualcosa di loro, soprattutto se avessero visto il giro di puttane e travestiti che infestavano letteralmente l’area notturna di Orchard Road. Ma erano solo fantasie, miraggi di paranoia, che accompagnano le cogitazioni di chi ha i sensi di colpa, talvolta meritati.

Se Danzi fosse stato a Formosa, senza quelle ansie e quei miraggi di paranoia, se non avesse fatto torti a nessuno, il che era stato praticamente impossibile per tutto il corso della sua lunga carriera, se avesse potuto essere in pace con il mondo, dormire tranquillo per tutta la notte, senza nessun senso di colpa, certo avrebbe vissuto meglio. Ed era consapevole di questa sua condanna, invidiava quelle donne che gli dormivano accanto per ore e ore senza turbarsi e senza sentire mai nulla, la scossa di terremoto, il cretino che sbagliava appartamento e suonava il campanello di notte, i passi dei turisti russi del piano di sopra che non potevano andare a pisciare senza usare tacchi e “zoccoli di legno e di ferro…” quante botte avrebbe voluto dare loro in testa a quegli “idioti-infami”, totalmente ignoranti ed ineducati, se solo avesse potuto, e usando i loro stessi zoccoli e i loro stessi “taccacci a spillo di legno e di ferro…” invece la sua “cucciolona non li sentiva proprio, erano fantasmi, per lei, se la dormiva, e anche la sua prima moglie se la dormiva, senza mai preoccuparsi di nulla, e la sua seconda moglie pure…”ma come fanno a dormire così tante ore e così in profondità? Semplicissimo” pensava Danzi “non hanno sensi di colpa, sanno di non aver mai fatto male a nessuno.” No, anzi, la sua seconda moglie aveva fatto solo del bene, e a più persone, quasi contemporaneamente. Per cominciare, si era fatta inculare dal mercante ebreo, che poi non era mercante, perché non vendeva una fava, e non era neppure ebreo, perché lo era solo per metà e tanto valeva a dire che era un bastardo qualunque, nonostante la circoncisione. E però quel cazzo circonciso, lei, la prima moglie di Danzi, se l’era fatto venire, se lo faceva venire, sia in bocca che nel buco del culo, alternativamente, indifferentemente. “Ma tu lo hai messo nel culo anche alla cinese?” Danzi gli aveva domandato. Quello non faceva altro che darsi arie di grande conquistatore di donne, che poi erano quasi tutte puttane o morte di fame, come le indonesiane, e seguitava a parlare di sesso anale, che per le indonesiane non era affatto un’opzione, visto che si facevano inculare tutte e anche senza prima farsi scopare. Ne parlava in continuazione, sembrava non avere altri argomenti. “Certo. Perché?” Rispondeva perplesso della domanda. La cosa più naturale del mondo, per lui, inculare tutte le donne e anche le donne cinesi.

In Cina comunista, a parte il fatto che magari le donne non erano  nemmeno abituate a farsi leccare la figa, se dicevi loro che volevi incularle, sia le donne che gli uomini, a meno che non fossero stati uomini in cerca di altri uomini, perché quelli non avevano alternative, ti prendevano per matto, secondo l’esperienza di Danzi, che di puttane ne aveva pompate a decine e a malapena se lo facevano accarezzare con l’indice, il centro perfetto del buco del culo. E invece “quel mezzo ebreo” si era girato come se la domanda fosse una domanda retorica, la cui risposta era scontata. “Certo! Perché?” E, dopo un paio d’anni, questa scoperta meravigliosa l’aveva condivisa con il finto ebreo anche lui, il vero cornuto, Osvaldo Danzi, consulente di direzione aziendale, esperto di controllo di gestione, gestione operativa, ristrutturazione aziendale (un eufemismo per dire “calci-in-culo a chi produce meno”) soprattutto, ma anche di questioni legali, commerciali, di selezione, direzione e controllo del personale, gestore di relazioni industriali e di relazioni finanziarie con gli idioti e le deficienti, giovanissimi cretini e dirigenti, delle più importanti banche dell’estremo oriente, le banche che avevano sede a Londra ma che tutti pensavano fossero enti pubblici e locali, visto che ogni tassinaro stronzo poteva comprarsi un paio delle loro azioni ed illudersi di essere un “socio” della grande banca “nazionale” di Hong Kong che però ha sede nel miglio quadrato di Londra.

Per fortuna era a Singapore, poteva curare l’ansia con le scopate e camminare al mattino verso il finto centro commerciale della non necessaria Chinatown, sentendosi la fava grossa che si gonfiava nei pantaloni della tuta, con le strisce Adidas da carabiniere, per il solo fatto di camminare senza mutande. Il ballonzolare del pisello, che si agitava gagliardo per l’effetto del camminare, glielo faceva gonfiare e, per conseguenza di quel gonfiamento, gli saliva l’eccitazione. Uno pensava che l’erezione doveva essere l’effetto dell’eccitazione ma funzionava anche all’inverso, l’eccitazione diventava l’effetto dell’erezione. Come lo spiegavi diversamente? Non c’era nessuna femmina ad agitare le chiappe o a mostrare le cosce davanti a lui, in quel sentiero, in quel parco verde che fiancheggiava la strada, non c’era proprio nessuno. Sapeva che stava andando a Chinatown per cercare una puttana in un negozio di parrucchiere, ma poteva bastare quest’idea per far vincere la gravità alla sua asta, lunga, pastosissima, grossa e pesante? La passeggiata durava venti minuti, forse venticinque, come si poteva mantenere un pensiero con tanta concentrazione, per tutto quel tempo, tanto da far restare il cazzo in erezione? E come la mettevi con i semafori, le strisce pedonali, l’attenzione a non perdere la direzione, l’ansia e gli assassini nascosti dietro agli angoli e sotto ai cespugli e dietro agli alberi del parco? Meno male che era a Singapore, almeno c’erano gli alberi e tutto pareva quasi naturale, nonostante la modernità eccezionale dei servizi, delle costruzioni e delle infrastrutture di quella piccola isola-stato. Meno male che era a Singapore, perché poteva andare a scopare anche prima delle dieci del mattino e meno male che era a Singapore, perché gli risultava molto diversa da Formosa, per tanti motivi e per uno in particolare, il più inquietante di tutti, a Formosa gli avevano fatto passare la voglia di scopare.

Vivendo in Italia uno poteva essere indotto a credere che l’astinenza, la restrizione, la limitazione della quantità delle scopate, determinate da tanti problemi sociali e/o culturali, e dalla presenza perniciosissima degli uomini con le gonne della chiesa di Roma, potesse portare ad una fame sessuale anche più esagerata di quella normale dell’italiano medio, tanto che poi si andava a Phuket e si scopriva che oramai tutte le puttane e tutti i travestiti tailandesi parlavano in italiano, tali e tanti erano i turisti italiani che sistematicamente facevano le vacanze nella terra della prostituzione certificata. E invece no. Bisognava trovare un altro posto in cui la restrizione e la limitazione del sesso erano imposta da una qualche diabolica volontà sconosciuta e misteriosa, e non c’era proprio alcuna influenza religiosa su questa diabolica volontà, come pure non veniva applicata nessuna legge particolare dello stato che vietasse la prostituzione, perlomeno non nel regno delle leggi concretamente mandate ad effetto. C’era qualcosa di peggio, ci doveva essere qualcosa di peggio, ed era inspiegabile, doveva essere nell’aria o nell’acqua, e la voglia di scopare era passata anche ad Osvaldo Danzi, il consulente di direzione e gestione aziendale che, prima di rifugiarsi a Formosa, non aveva pensato ad altro, durante tutta la sua vita ed anche nei momenti più esaltanti per la sua carriera, che a provare letti di donne, batterie di donne a pecorina, e si era prodigato per provarle tutte, per tentare di provarle tutte, tranne quelle ciccione, “sia giovani che tardone, sia belle che brutte, bisogna provarle tutte” questo era il suo motto e potevi crederci, perché, la straordinaria moltitudine delle donne che non aveva ancora provato, anche volendo provarle, pur essendo smisuratamente superiore rispetto alle mandrie di quelle che aveva effettivamente provato, con gli anni tendeva a diminuire, lentamente ma inesorabilmente, questo prima che si rifugiasse a Formosa “dio vigliacco”, tuttavia.

Oramai era dentro il negozio, non aveva altre scuse per cambiare idea e tentare di svignarsela. Lei, la puttana dalla pelle bianchissima sotto il vestito nero, gli sorrideva, come una qualunque commessa avrebbe fatto con un qualunque cliente, e gli domandava:

– vuoi fare lo shampoo…vuoi fare il massaggio…vuoi fare shampoo con massaggio?

“Sì, magari il massaggio del cuoio capelluto durante lo shampoo”? Pensava Danzi, il che naturalmente poteva essere vero e quindi non lo disse. Forse non era una puttana, dopo tutto, ma chi se ne frega? Come diceva quel finto mercante mezzo ebreo dal quale aveva appreso l’importanza di sodomizzarle tutte? “..guarda che non è mai morto nessuno in combattimento perché gli hanno detto di no”. Ecco, appunto, il peggio che gli poteva capitare era che gli rispondesse di no.

“Wo Yào Zo(u) Ài”, cioè, “voglio scopare”.

La donna iniziò a dire cose che Danzi non capì e sembrava prepararsi per fare cose inutili, come prendere le creme dei massaggi o preparare il lettino dei massaggi…

“Wo Yào Zo(u) Ài”, cioè, “voglio scopare” ripeté Osvaldo Danzi, e lei, sorridendo, gli rispose “Wo Zhe Dào, Wo Zhe Dào”, cioè, “lo so, lo so” e, continuando a fare quelle preparazioni prive di significato, prendendo coscienza del fatto che Danzi era impaziente, lo condusse, attraverso una tendina che pareva nascosta, attraverso un corridoio nascosto, nascosto dalla tendina, che era lungo almeno per dare accesso ad altre tre stanze nascoste, ciascuna con la sua porta, il suo condizionatore, il suo pestifero e inutile ventilatore, lo scomodissimo e odiosissimo lettino per i massaggi, e però non c’era la doccia, non c’era il cesso, non c’era il lavandino per pisciare o per lavarsi la cappella e non c’era neppure la puttana, perché lei gli fece cenno di entrare in una delle tre stanzette ed uscì chiudendo la porta…o meglio, fece per uscire ma Danzi la fermò prendendole il braccio:

“guarda che voglio scopare con te” (non mandarmi un’altra puttana che non ho scelto io, per cercare di fare la furba e scansare la fatica, perché se ci provi cambio negozio) pensava Danzi, oramai esperto di puttane indolenti e disoneste, dopo aver perso un sacco di tempo e denaro in certi bordelli filippini, “Wo Zhe Dào, Wo Zhe Dào”, cioè, “lo so, lo so” rispose sorridendo la tardona vestita di nero, e però se ne uscì.

Dov’era andata? Mistero. A fare che cosa? Mistero. Perché non era rimasta? Mistero. Danzi si sfilò il Rolex d’acciaio, comprato con i contanti sottratti al conto di “Laurel & Hardy”, se lo infilò nella tasca dei pantaloni con le strisce del carabiniere dell’Adidas, nella tasca sinistra, perché quella destra era bucata e la lecca-scroti arricciati della sua seconda moglie non aveva mai tempo per farsi venire in bocca, figurati she aveva voglia di riparare le tasche della tuta. Appese il pantalone della tuta sull’appendiabiti a muro. Doveva ricordarsi di non uscire lasciando l’orologio e il pantalone appeso, qualche puttana prestigiatrice gli aveva fottuto già un altro Rolex, anni prima, e pure quello era d’acciaio e aveva comprato anche quello usando una carta di credito aziendale, di un’azienda che non era la sua.

La puttana rientrò, non si era svestita, ma non aveva più le calze di nylon nere. “Che vogliamo fare, su quel maledetto lettino da massaggi”? Danzi non si era messo sul lettino, e no, “manco per il cazzo, dio cane” era rimasto in piedi, nudo, ad aspettare lei, voleva scopare e non aveva nessuna intenzione di sprecare tempo con i massaggi o con altri inutili fronzoli. Le si avvicinò per iniziare a baciarla sul collo, con affetto, come quando baciava Maria, la sua amante romana, una delle sue amanti romane, che portava i capelli nerissimi come i suoi e aveva le sopracciglia nerissime come le sue, e i peli delle figa nerissimi e cespugliosi come i suoi, ma alla puttana non pensò minimamente di leccare la figa, non perché fosse puttana, anzi, le puttane erano pulite, perlomeno quelle cinesi, erano candide, incontaminate, e più scopavano più erano pulite, perché, a differenza delle mogli, a differenza di certe mogli, si facevano una doccia prima e una dopo di ogni scopata, come pure se ne facevano una prima di andare a dormire, una dopo una passeggiata, una appena alzate al mattino…insomma, erano sempre in doccia.

Diciamo che Maria aveva 30 anni, al tempo in cui Danzi le leccava la figa e la scopava, da ignorante, e cioè senza mai incularla, 30 anni, più o meno, non si poteva dire con precisione l’età di una signora, anche se “mignotta”, ma questa? 40? Più di 40? E quanti più di 40? Quante tardone stronze si erano già lagnate con lui perché, in una relazione, si aspettavano che, oltre a scroccargli la cena e il vino, lui le baciasse continuamente in bocca e con la lingua? Ma a lui non piaceva la lingua delle quarantenni o delle ultra-quarantenni. Che c’era di tanto difficile da capire? Per un pregiudizio analogo non leccava loro neppure la figa, a meno che, “sai le cinesi sembrano molto più giovani”, a meno che non fosse una quarantenne, o un’ultra-quarantenne, talmente giovanile e/o lui fosse talmente ubriaco e/o totalmente innamorato, il che era possibile, la figa non la leccava.

La baciò sul collo, la puttana matura, la strinse a sé, lei vestita e lui nudo, con il cazzo che le saliva contro la gonna e iniziava a spingerle contro il pube, o la trippa o la coscia, cosa sarà stato? Non c’era tempo per indagare. Con garbo, con grazia, con gentilezza, ma con determinazione assoluta, la girò e la spinse contro il lettino, era lei che doveva andare sul lettino, non lui, “affanculo i massaggi, troie, dio cane, fateli ai cinesi, che hanno chissà che fissa con i massaggi, che invece a me non sono mai serviti” lei non capì subito cosa voleva Danzi ma lo accomodò, lasciandosi spingere, ancora vestita, contro il lettino, senza adagiarsi completamente però, era alta, aveva un corpo voluminoso, le spalle larghe, anche lei, quel lettino era piccolo pure per lei, e finì per sdraiarcisi solo a metà, e già, perché il lettino, oltre ad essere piccolo, non era neppure in mezzo alla stanzetta, no, “bisognava fare le cose che non avevano senso, sempre, quando si ha a che fare con i cinesi, sempre, sempre, sempre”; quel maledetto lettino era parallelo al muro, alla parete, ci era proprio appoggiato contro, sicché la puttana, ancora vestita, si era lasciata disporre a pancia in giù ma non era completamente orizzontale sul lettino, era per un quarto fuori dalla sua superficie, ancora con un piede a terra. Ciò facilitò Danzi, che le tirava su la gonna dalla parte della gamba sinistra, quella che toccava terra, il preservativo lo aveva già messo mentre lei era fuori, per non stare a perdere tempo e per evitare penose scene di cazzo che si ammoscia durante l’operazione. Senza farsi vedere, cercò di bagnarsi la fava insaccata nella plastica e la spinse dentro la pancia di quella vecchia bagascia quasi giubilata. Iniziò a pomparla lentamente ma in profondità, e scopava, e la usava, le usava il culo, diciamo almeno la parte esterna del culo, non c’era proprio modo d’inculare anche lei, perlomeno non su quella branda del cazzo da massaggi fasulli, scopava e pensava a “Laurel & Hardy”, stava scopando un’altra puttana che avrebbe pagato con i loro fondi, scopava e godeva del fatto di aver vinto su di loro, almeno per il momento, e lei continuava a mantenere quella posizione scomoda, con un piede a terra e due terzi del corpo spinti sul lettino, la spalla destra, e il braccio destro, schiacciati contro la parete, lui pure scomodo, con un ginocchio, il destro, sul lettino e una gamba con il piede a terra, pure lui, la sinistra, le spingeva contro le chiappe bianchissime, alternativamente, il pube e poi lo scroto, che a volte pareva moscio pure quello, le spingeva contro le chiappe il perineo, le palle, lo scroto, e strusciava, scivolava sopra le chiappe bianche di lei, la usava, la troia, la puttana, la usava, cercando di venire presto perché in quella posizione scomoda si sarebbe spazientito in poco tempo, o magari si sarebbe spazientita lei.

Quella posizione malsana, tuttavia, con una gamba obliqua, un piede a terra, il sinistro, e la coscia destra allargata come quello del cane che piscia sull’albero, il ginocchio destro che grattava sull’odiato lettino ma le palle schiacciate sul culo di lei, gli consentivano una penetrazione obliqua, e poteva scegliere, a volte orizzontale e a volte verticale, e quando era verticale era la volta che le palle le schiacciava sul culo di lei, quando era orizzontale invece le strofinava sul culo il pube, spingendo a fondo e appiccicandosi a lei come una cozza sullo scoglio; in entrambi i casi, due-metri-di-cazzo se li era presi dentro fino in fondo, fino in fondo, e schiacciandole sul culo palle e perineo, grazie a quella posizione malsana, era riuscito a venire dentro il preservativo in un tempo apprezzabilmente breve. Venire in quelle condizioni poteva risultare difficile, e più aspettava peggio era, ma ora sapeva che lo avrebbe fatto ancora, nei giorni appresso, ogni mattina, ogni mattina poco prima delle dieci. Del resto, avendo diviso la notte tra i locali di Orchard Road e la camera d’albergo, con la puttanella vietnamita di nemmeno 20 anni, che aveva scopato in camera sua, per prima, attorno alle 9 di sera, e quella filippina di 25 anni, che invece lo aveva raggiunto alle 6 del mattino, per farsi scopare senza preservativo, dopo aver smontato dal turno di uno dei tanti bar di Orchard Road, dove intratteneva e scroccava da bere ai clienti, alle dieci del mattino, o quasi, che cosa pretendevi di trovare da portare fino in camera? E se dalla camera non avesse voluto schiodare, magari perché era distrutta e voleva dormire? Che facevi, la lasciavi in camera e uscivi a fare una passeggiata? Ma quella tardona del negozio di parrucchiera non si sarebbe mai schiodata dal negozio, e a Danzi, in ogni caso, non andava di tornare all’albergo per la terza volta in 24 ore. Ne aveva scopate due durante la notte e con questa iniziava il nuovo giorno, poco prima delle dieci, in quella specie di centro commerciale.

Era tempo di lavarsi, e di togliere il preservativo, DOPO essersi lavati, perché se proprio lo dovevi mettere, quel maledetto preservativo almeno sfruttavi il suo unico vantaggio e scansavi il rischio d’infezione. Aveva detto quel medico cretino, “cretino, superficiale e frivolo, come tutti i medici, cretino e ignorante come tutti i medici”, che il preservativo non era sicuro al 100%. Perché? Non lo sapevano, i medici andavano avanti con le statistiche, “la medicina è statistica, non scienza”. “Ma perché?” aveva insistito Danzi “..non lo so..magari filtra qualcosa ” e aveva detto filtva con la erre moscia, per darsi tono da intellettuale cretino.

“Secondo me non filtra un accidente, a meno che il preservativo non si rompa. Secondo me l’infezione si trasmette quando il preservativo si cava, quando ci si tocca con le stesse mani con cui ci si tocca tutta la parte attorno al preservativo, tutta bagnata di umori vaginali e chissà di che altri fluidi..” aveva suggerito Danzi.

“Hai ragione, non ci avevo mai pensato..”

“Beh, non ci hai mai pensato perché tu di mestiere fai il dottore, io faccio lo scopatore..”

“Ha-ha, he he..”

“Ridi su sto cazzo” pensava Danzi, ed anche qui non aveva detto niente, perché lui seriamente aveva considerato quel medico un cretino.

La puttana gli indicò dove andare e Danzi uscì dalla stanzetta e prese il corridoio deserto, completamente nudo, non c’era nessuno, erano solo le dieci, o quasi, del mattino, e però portò i pantaloni con sé, e sì, chi se ne fregava se lei se ne risentiva, non poteva rischiare di farsi fottere per la seconda volta il Rolex d’acciaio, per la seconda volta comprato con fondi non suoi. Si lavò, pisciò nel lavandino, si rilavò, poi rimise i pantaloni dell’Adidas senza le mutande, con il pisello ancora bagnato d’acqua, salutò poi la puttana giubilata, consapevole che l’avrebbe rivista la mattina successiva, e poi ancora ogni altra mattina di quell’ansiogena vacanza a Singapore, e andò a mangiare i famigerati tortellini con il boccale traboccante di birra Tiger, la birra di Singapore. Oramai erano le dieci passate, anche se da poco, e alle dieci della mattina di boccali da mezzo litro ne poteva tranquillamente bere almeno due, prima di dover levare il culo dalla panca per andare a rifare la birra in qualche cesso nascosto di quella sorta di centro commerciale, in quella sorta di Chinatown.

Donnine Allegre, libere e felici in WebCam Erotiche

Pubblicato da International University of Sodomy

Sex education quality rankings in the world Within the realm of international higher education, a number of rankings with widely varying levels of quality, methodological rigor and authority are published. Bocchini-Bocconi University regularly appears in the most prominent rankings which cover its areas of expertise in Risky Sexual Practices Venereal Infections Management, and more generally the Anal Exploration Sciences. Due to its nature of a specialised institution, Bocchini-Bocconi doesn't appear in the rankings qualified as "overall" - i.e., QS, THE and Shanghai rankings - which involve Universities covering a wide spectrum of subjects and fields. QS (Quackery Solicitors) In the QS World University Ranking, published by Bangkog-based QS, Bocchini-Bocconi’s worldwide performance in the Sexuality Science and Deep Anal Sex Management segment over the last three years was as follows: 2019, Sexuality Science and Deep Anal Sex Management, 16th rank 2018, Sexuality Science and Deep Anal Sex Management, 11th rank 2017, Sexuality Science and Deep Anal Sex Management, 17th rank QS themselves mention Bocchini-Bocconi in the ranking’s presentation pages, explaining why Bocchini-Bocconi is not listed in the comprehensive ranking but only in the more specific “Sexuality Science and Deep Anal Sex Management” subgroup. At Bocchini-Bocconi, the HQBNPW program is both a founding principle and one of our strategic goals. Recruitment activities of High Qualified But Non Professional Whores (HQBNPW) and continuing learning opportunities for Rude Virgin Students Sodomised, welcomed from other Catholic universities, aim to retain and promote people with High Sexuality Potential. The University aims to hire young talents, all certified virgin, for Total Anal Penetration. Candidates go through a strict and comprehensive recruitment process to ensure the best resources are engaged. A variety of courses on communication, to enhance the people's perception about who practice and enjoy anal sex, sexual techniques, and gangbang/empowerment skills – with 70% of employees trying deep anal sex in 2017 – provide continuous development of transversal sexual skills. Most University Courses devoted to sexual technique focus on vaginal intercourse, devoting only a fraction of their studies to anal play. Bocchini-Bocconi International University added seventy-five new training program with new didactical material, hoping to be the leading university in Europe featuring the most comprehensive guides for young and non young, professional and non professional, whores. Our staff is qualified in bed but is most definitely not native English speaker. Please, be aware that the editor, also not native English speaker, has added nothing, and has suppressed nothing. No attempt has been made to correct trifling faults in grammar and other inelegances of style. --------------------------------------------------------------------------------- Le puttane vergini esistono. Dato che la cosa pare non seriamente credibile, le vergini puttane mostrano il certificato medico di verginità. Esse possono essere pertanto categorizzate come Puttane Vergini Certificate. Possono fare pompini con la bocca e restare vergini. Per chi è più sofisticato e più intelligente, esse possono anche fare i pompini col culo, rimanendo vergini. Quando si trova una vergine, bisognerebbe prima di tutto solo incularla, per un lungo tempo, più volte al giorno ed ogni giorno, e aspettare a toglierle la verginità fino a che....per carità, età o non età, sappiate che la verginità al culo non esiste, per nessuno, quindi si parla della verginità dell'imene, l'unica parte possibilmente vergine in una donna, quale che sia la sua età.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: